Odio questa palestra. La odio con ogni singola cellula del mio corpo, eppure sono ancora qui, con le suole consumate che scivolano sul parquet rovinato e la canotta della scuola che mi pende da tutte le parti per quanto sono magro. È il 22 ottobre, la finale regionale dei campionati studenteschi. Attorno a noi ci sono pareti scrostate, tabelloni di plexiglass pieni di graffi e un'umidità che ti entra nei polmoni a ogni respiro. Per gli altri questa è solo una partita di pallacanestro. Per me è l'unica via d'uscita dal buco in cui sono cresciuto.Mio padre dice sempre che a noi della periferia nessuno regala niente. Se vuoi svoltare, devi saltare più in alto degli altri, anche quando hai i polmoni in fiamme e le ginocchia che tremano per la fatica. Io non sono il più grosso in campo, anzi, sotto canestro i difensori avversari sembrano un muro di cemento armato e mi spintonano come vogliono. Ma mentre gli altri usano solo la forza fisica, io uso il cervello. Guardo come si posiziona il marcatore, calcolo i millisecondi che ci mette a fare il tagliafuori, capisco dove rimbalzerà la palla sul ferro un secondo prima che tocchi l'anello. Gioco a scacchi con le mani. Ma oggi non basta. Siamo sotto di due punti a dieci secondi dalla fine e la palla scotta.Il prof di ginnastica chiama l'ultimo timeout e mi afferra per la maglia, guardandomi dritto negli occhi. «Sveglia! Muovi quelle gambe! È l'ultima occasione che hai per farti vedere da quell'osservatore seduto in tribuna!»Io sputo Mehr sehen